Psicologo iscritto all'Ordine degli Psicologi della Toscana
Psicologo iscritto all'Ordine degli Psicologi della Toscana
Dott. Nicola Gualtieri
Dott. Nicola Gualtieri
IN BREVE
IN BREVE
ADULTI - GIOVANI
ADULTI - GIOVANI
coppie - famiglie
coppie - famiglie
ORDINE TOSCANA N. 11719
ORDINE TOSCANA N. 11719
PSICOTERAPIA INTEGRATIVA
PSICOTERAPIA INTEGRATIVA



«Homo sum, humani nihil a me alienum puto.»
Sono umano, e niente di ciò che è umano mi è estraneo.
— Terenzio
«Homo sum, humani nihil a me alienum puto.»
Sono umano, e niente di ciò che è umano mi è estraneo.
— Terenzio
Sono Nicola Gualtieri, psicologo iscritto all'Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11719) e psicoterapeuta in formazione presso la Scuola
di Psicoterapia Integrativa Interdisciplinare di Firenze. Ho iniziato il mio percorso accademico studiando Lettere e Filosofia presso l'Università degli
Studi di Trieste, per poi laurearmi con lode — sia in triennale che in magistrale — in Psicologia Clinica e della Salute presso l'Università degli Studi
di Firenze. Ho ottenuto successivamente l'abilitazione professionale presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna.
Lavoro come psicologo in libera professione con adulti, giovani adulti, coppie e famiglie, ricevendo in presenza a Firenze, Prato e Roma, e online
su tutto il territorio nazionale.
Sono inoltre un professionista del Centro Regionale Criticità Relazionali dell'AOU Careggi, dove seguo progetti legati alla Rete dei Referenti
per il Benessere e le Relazioni Umane, e alla Rete di Coordinamento per le politiche di salute mentale di comunità nel Sistema Sanitario Toscano.
A Careggi partecipo anche alle attività del Dipartimento Materno Infantile, dove offro supporto psicologico alle coppie nei percorsi di procreazione
medicalmente assistita e alle pazienti della ginecologia oncologica.
Infine, affianco all'attività clinica un impegno continuativo nella ricerca e nella formazione: pubblico su riviste indicizzate, intervengo come relatore
a convegni nazionali e svolgo attività didattiche su psicologia clinica e organizzativa, benessere, medicina di genere e nuove tecnologie.
Ciò che mi muove, in tutto questo, è l’opportunità privilegiata di poter restituire ogni giorno qualcosa alle persone, tenendo insieme riflessione
e pratica, ascolto e metodo, complessità dell'esperienza umana, ma anche e soprattutto attenzione alla singolarità di ogni storia: quella dei pazienti,
di chi non conosco ancora, la mia storia.
Sono Nicola Gualtieri, psicologo iscritto all'Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 11719) e psicoterapeuta in formazione presso la Scuola di Psicoterapia Integrativa Interdisciplinare di Firenze. Ho iniziato il mio percorso accademico studiando Lettere e Filosofia presso l'Università degli Studi di Trieste, per poi laurearmi con lode — sia in triennale che in magistrale — in Psicologia Clinica e della Salute presso l'Università degli Studi di Firenze. Ho ottenuto successivamente l'abilitazione professionale presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna.
Lavoro come psicologo in libera professione con adulti, giovani adulti, coppie e famiglie, ricevendo in presenza a Firenze, Prato e Roma, e online su tutto il territorio nazionale.
Sono inoltre un professionista del Centro Regionale Criticità Relazionali dell'AOU Careggi, dove seguo progetti legati alla Rete dei Referenti per il Benessere e le Relazioni Umane, e alla Rete di Coordinamento per le politiche di salute mentale di comunità nel Sistema Sanitario Toscano.
A Careggi partecipo anche alle attività del Dipartimento Materno Infantile, dove offro supporto psicologico alle coppie nei percorsi di procreazione medicalmente assistita e alle pazienti della ginecologia oncologica.
Infine, affianco all'attività clinica un impegno continuativo nella ricerca e nella formazione: pubblico su riviste indicizzate, intervengo come relatore a convegni nazionali e svolgo attività didattiche su psicologia clinica e organizzativa, benessere, medicina di genere e nuove tecnologie.
Ciò che mi muove, in tutto questo, è l’opportunità privilegiata di poter restituire ogni giorno qualcosa alle persone, tenendo insieme riflessione e pratica, ascolto e metodo, complessità dell'esperienza umana, ma anche e soprattutto attenzione alla singolarità di ogni storia: quella dei pazienti, di chi non conosco ancora, la mia storia.
chi sono
Sapere che una paura è sproporzionata non basta a farla passare. Capire perché si è così critici con sé stessi non rende improvvisamente
più gentili. Riconoscere un pensiero distorto non dissolve l'emozione che lo accompagna. Eppure una parte della psicologia lavora esattamente
così, sui pensieri, sulle credenze, sulle logiche interne. È un lavoro che può avere utilità, certo, ma che porta con sé un rischio sottile, il cortocircuito
per cui il paziente “capisce”, ma sente ancora. E da lì può nascere la colpa di sapere dove dover stare, ma senza riuscirci, che si aggiunge alla
sofferenza originaria invece di alleviarla.
Il problema, però, non è la persona. È che le emozioni non cambiano solo perché le comprendiamo razionalmente. Sarebbe riduttivo pensare
che sintomi, difese e schemi che oggi ci fanno soffrire siano semplicemente errori da correggere, considerato che questi hanno rappresentato
le risposte più adattive e creative che una persona ha saputo costruire nelle circostanze di difficoltà in cui si è trovata. Hanno avuto un senso, e per
tale motivo vanno compresi e non giudicati (McWilliams, 2011).
Si può dire, così, che il cambiamento nasce quando una persona sperimenta qualcosa di diverso, nella relazione, nel modo in cui si racconta
la propria storia, nel modo in cui impara a stare con ciò che sente, attraverso nuove esperienze di sicurezza, ascolto e riconoscimento che
permettono di far emergere risorse nuove e costruire significati diversi (Gendlin, 1996; McAdams, 2001; Greenberg, 2011). Per quanto, infatti,
sia suggestivo il dilemma cartesiano – il separare la mente dal corpo, il pensiero dalla sensazione – ritenere che emozioni e ragione cambino nello
stesso modo e con gli stessi tempi (Damasio, 1994; LeDoux, 2012) serve più a rincuorare il clinico sul proprio lavoro che ad avviare un processo
trasformativo nell’esperienza del paziente dentro alla stanza dello psicologo, ma soprattutto fuori, nella vita quotidiana.
Alla luce di tale visione, quindi, nel mio lavoro propongo un approccio in linea con la tradizione della psicoterapia integrata
(Norcross & Goldfried, 2019) e che non si limita a lavorare su un solo livello della persona. Significa costruire un lavoro coerente a partire da ciò
che quella specifica persona porta, ovvero il suo modo di pensare, di sentire, di proteggersi, di entrare in relazione, di raccontare la propria storia
e di abitare il proprio corpo.
E significa anche muoversi contemporaneamente su più piani: quello cognitivo, perché il modo in cui interpretiamo ciò che viviamo conta;
quello emotivo, perché molte sofferenze non si sciolgono finché non possono essere sentite, nominate e trasformate;
quello relazionale, perché è spesso nelle relazioni che si sono costruite ferite, difese e aspettative; infine quello esperienziale, perché il
cambiamento non avviene solo parlando di sé, ma sperimentando gradualmente modi nuovi di stare con sé stessi e con gli altri.
Sapere che una paura è sproporzionata non basta a farla passare. Capire perché si è così critici con sé stessi non rende improvvisamentepiù gentili. Riconoscere un pensiero distorto non dissolve l'emozione che lo accompagna. Eppure una parte della psicologia lavora esattamente così — sui pensieri, sulle credenze, sulle logiche interne. È un lavoro che può avere utilità, certo, ma che porta con sé un rischio sottile: il paziente “capisce”, ma sente ancora. E da lì nasce la colpa — "so come dovrei stare, eppure non riesco" — che si aggiunge alla sofferenza
originaria invece di allevarla.
Il problema, però, non è la persona. È che le emozioni non cambiano solo perché le comprendiamo razionalmente. Sarebbe riduttivo pensare che sintomi, difese e schemi che oggi ci fanno soffrire siano semplicemente errori da correggere. Questi hanno rappresentato le risposte più adattive e creative che una persona ha saputo costruire nelle circostanze di difficoltà in cui si è trovata. Hanno avuto un senso, e per
tale motivo vanno compresi e non giudicati (McWilliams, 2011).
Allora il cambiamento nasce quando una persona sperimenta qualcosa di diverso, nella relazione, nel modo in cui si racconta la propria storia, nel modo in cui impara a stare con ciò che sente, attraverso nuove esperienze di sicurezza, ascolto e riconoscimento che permettono di far emergere risorse nuove e costruire significati diversi (Gendlin, 1996; McAdams, 2001; Greenberg, 2011). Per quanto, infatti, sia suggestivo il dilemma cartesiano – il separare la mente dal corpo, il pensiero dalla sensazione – ritenere che emozioni e ragione cambino nello stesso modo e con gli stessi tempi (Damasio, 1994; LeDoux, 2012) serve più a rincuorare il clinico sul proprio lavoro che ad avviare un processo trasformativo
nell’esperienza del paziente dentro alla stanza dello psicologo, ma soprattutto fuori, nella vita quotidiana.
Per questo propongo un approccio in linea con la tradizione della psicoterapia integrata (Norcross & Goldfried, 2019) e che non si limita a lavorare su un solo livello della persona. Significa costruire un lavoro coerente a partire da ciò che quella specifica persona porta, ovvero il suo modo di pensare, di sentire, di proteggersi, di entrare in relazione, di raccontare la propria storia e di abitare il proprio corpo. e significaanche muoversi contemporaneamente su più piani: quello cognitivo, perché il modo in cui interpretiamo ciò che viviamo conta; quello
emotivo, perché molte sofferenze non si sciolgono finché non possono essere sentite, nominate e trasformate; quello relazionale, perché è spesso nelle relazioni che si sono costruite ferite, difese e aspettative; infine quello esperienziale, perché il cambiamento non avviene solo parlando di sé, ma sperimentando gradualmente modi nuovi di stare con sé stessi e con gli altri.
Da lì, ciò che prima era solo compreso può iniziare a essere vissuto in modo diverso. Insieme.
Sapere che una paura è sproporzionata non basta a farla passare. Capire perché si è così critici con sé stessi non rende improvvisamente
più gentili. Riconoscere un pensiero distorto non dissolve l'emozione che lo accompagna. Eppure una parte della psicologia lavora esattamente
così, sui pensieri, sulle credenze, sulle logiche interne. È un lavoro che può avere utilità, certo, ma che porta con sé un rischio sottile, il cortocircuito
per cui il paziente “capisce”, ma sente ancora. E da lì può nascere la colpa di sapere dove dover stare, ma senza riuscirci, che si aggiunge alla
sofferenza originaria invece di alleviarla.
Il problema, però, non è la persona. È che le emozioni non cambiano solo perché le comprendiamo razionalmente. Sarebbe riduttivo pensare
che sintomi, difese e schemi che oggi ci fanno soffrire siano semplicemente errori da correggere, considerato che questi hanno rappresentato
le risposte più adattive e creative che una persona ha saputo costruire nelle circostanze di difficoltà in cui si è trovata. Hanno avuto un senso, e per
tale motivo vanno compresi e non giudicati (McWilliams, 2011).
Si può dire, così, che il cambiamento nasce quando una persona sperimenta qualcosa di diverso, nella relazione, nel modo in cui si racconta
la propria storia, nel modo in cui impara a stare con ciò che sente, attraverso nuove esperienze di sicurezza, ascolto e riconoscimento che
permettono di far emergere risorse nuove e costruire significati diversi (Gendlin, 1996; McAdams, 2001; Greenberg, 2011). Per quanto, infatti,
sia suggestivo il dilemma cartesiano – il separare la mente dal corpo, il pensiero dalla sensazione – ritenere che emozioni e ragione cambino nello
stesso modo e con gli stessi tempi (Damasio, 1994; LeDoux, 2012) serve più a rincuorare il clinico sul proprio lavoro che ad avviare un processo
trasformativo nell’esperienza del paziente dentro alla stanza dello psicologo, ma soprattutto fuori, nella vita quotidiana.
Alla luce di tale visione, quindi, nel mio lavoro propongo un approccio in linea con la tradizione della psicoterapia integrata
(Norcross & Goldfried, 2019) e che non si limita a lavorare su un solo livello della persona. Significa costruire un lavoro coerente a partire da ciò
che quella specifica persona porta, ovvero il suo modo di pensare, di sentire, di proteggersi, di entrare in relazione, di raccontare la propria storia
e di abitare il proprio corpo.
E significa anche muoversi contemporaneamente su più piani: quello cognitivo, perché il modo in cui interpretiamo ciò che viviamo conta;
quello emotivo, perché molte sofferenze non si sciolgono finché non possono essere sentite, nominate e trasformate;
quello relazionale, perché è spesso nelle relazioni che si sono costruite ferite, difese e aspettative; infine quello esperienziale, perché il
cambiamento non avviene solo parlando di sé, ma sperimentando gradualmente modi nuovi di stare con sé stessi e con gli altri.
Da lì, ciò che prima era solo compreso può iniziare a essere vissuto in modo diverso. Insieme.
Da lì, ciò che prima era solo compreso può iniziare a essere vissuto in modo diverso. Insieme.
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