Il vuoto non è il contrario del sentire

«Non sono triste. Non saprei neppure dire che cosa provo. Le cose accadono, ma sembrano non arrivare fino a me»

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«Non sono triste. Non saprei neppure dire che cosa provo. Le cose accadono, ma sembrano non arrivare fino a me». Il vuoto emotivo viene spesso descritto così, come un dolore non riconoscibile, una perdita di presa. 

Le giornate continuano, il lavoro viene svolto, le conversazioni portate avanti, e tuttavia qualcosa resta fuori campo e il mondo conserva la sua forma, ma non la stessa capacità di coinvolgere. 

“Vuoto” deriva dal latino classico vacuus (vacuo, deserto, privo di contenuto), a significare una profonda mancanza che nel caso dell’essere umano affonda le proprie radici nei significati personali ed esistenziali. Ma il vuoto storicamente non ha avuto questa accezione negativa. Dal taoismo al buddhismo, fino all’esistenzialismo, il vuoto è stato pensato anche come apertura, libertà e spazio di trasformazione, non soltanto come ciò che manca, dunque, ma come ciò che, proprio perché non ancora colmato, rende possibile l’emergere del nuovo. 

Oggigiorno finisce allora per raccogliere esperienze diverse — noia, solitudine, stanchezza, disillusione, apatia — senza coincidere del tutto con nessuna di esse. Per spiegare quindi che cos’è il vuoto è forse più facile procedere per sottrazione. 

Non è la tristezza, poiché, seppur dolorosa, possiede ancora un oggetto psicologico, che può essere però perduto o impoverito, mentre nel vuoto è spesso il legame tra la persona e l’oggetto mentalizzato a diventare opaco.

Non è necessariamente la noia, che rappresenta un’insufficiente stimolazione o implicazione nel tempo presente.

Non è nemmeno l’apatia, poiché quest’ultima coinvolge la perdita di interesse e di motivazione per specifiche attività.

Il vuoto è molto più pervasivo e riguarda una riduzione o una perdita di presenza a sé, di vitalità, di continuità identitaria e di connessione con gli altri.

Proprio l’aspetto identitario sembra giocare un ruolo fondamentale nella genesi del vuoto. A questo proposito, Otto Kernberg (1975), grande psicoanalista contemporaneo, parla di un mondo interno cronicamente vuoto, privato di profondità affettiva e di esperienze significative, e riconduce il vuoto a una mancata integrazione delle rappresentazioni positive e negative di Sé e dell’altro, che esita in una diffusione dell’identità, vale a dire nella mancata rappresentazione complessa, stabile e affettivamente continua di chi si è e di chi sono gli altri.

Heinz Kohut (1977), invece, consente di leggere il vuoto come esito di una difficoltà nel mantenere coesione interna, autostima e vitalità, che porta la persona a dipendere da risposte esterne per sentirsi consistente e viva.

Per molto tempo la clinica ha considerato il vuoto quasi esclusivamente come un sintomo dell’organizzazione borderline di personalità, ma la ricerca più recente invita a pensarlo come un fenomeno transdiagnostico e come una dimensione clinica rilevante anche al di fuori del disturbo borderline (Hopwood & Gjorgjieva, 2024; Price et al., 2022). 

Va detto che il vuoto può anche essere letto clinicamente in una cornice alternativa. Per tanti pazienti, infatti, ha rappresentato forse la forma di protezione migliore che potessero applicare al vissuto di tutti i giorni. 

Winnicott (1960; 1965), nel concettualizzare il Falso Sé, descrive l’adattamento eccessivo alle richieste ambientali come una modalità capace di sostenere un’esistenza apparentemente funzionante e di proteggere la parte più spontanea del Sé, ma a un prezzo esperienziale molto alto.

Considerare, però, il vuoto come il contrario del sentire — da qui il titolo dell’articolo — rischia di apparire fuorviante. Il vuoto è già, in qualche modo, un’esperienza affettiva. Qualcosa di doloroso è avvertito, ma non riesce a essere riconosciuto, differenziato o vissuto come pienamente proprio. Anche per questo cercare di colmarlo immediatamente può non essere sufficiente. Attività, relazioni, prestazioni e stimoli possono attenuarne la percezione, ma non sempre modificano la condizione che lo ha generato. Nel lavoro psicologico diventa allora importante domandarsi non soltanto che cosa manchi, ma anche quale funzione il vuoto abbia assunto, ovvero da quali emozioni protegga, in quali relazioni compaia, che cosa accada quando si attenua e quali parti della persona rimangano escluse dall’esperienza.

Non esiste, naturalmente, un unico modo di lavorarci. La conduzione clinica deve adattarsi al funzionamento complessivo della persona: alla sua capacità di riconoscere e regolare gli affetti, alla stabilità del senso di sé, alla qualità delle relazioni e alla possibilità di tollerare ciò che emerge. In alcuni casi sarà necessario anzitutto costruire sicurezza e continuità, in altri distinguere emozioni rimaste confuse, in altri ancora riconoscere desideri, bisogni o conflitti a lungo subordinati alle richieste esterne.

A quel punto, il vuoto smette di essere soltanto uno spazio inerte e può diventare il luogo da cui qualcosa di sé torna a emergere.