Scegliere o non scegliere, questo è il dilemma

Scegliere è una libertà da custodire, ma dietro questa possibilità talvolta si cela un costo psicologico insostenibile. Come mai?

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Continuiamo a fare liste di pro e contro. Chiediamo consigli. Aspettiamo il momento in cui tutto sarà più chiaro, e intanto ci interroghiamo sulle conseguenze. Eppure, più tempo passa, meno riusciamo a scegliere. Fino a quel momento possiamo immaginare un altro lavoro, un’altra città, la prosecuzione o la fine di una relazione, un cambiamento che ci attrae e ci spaventa, ma in cuor nostro sappiamo che qualsiasi alternativa ha un privilegio che la realtà non possiede, ovvero il non doversi misurare con gli esiti. Scegliere però interrompe questa sospensione e ci concede il privilegio di seguire una strada personale, ma con l’onere di rinunciare temporaneamente o definitivamente a un altro percorso di vita. È forse anche per questo che ridurre una decisione alla ricerca dell’opzione migliore descrive così male ciò che accade nelle scelte importanti.

Certo, valutiamo costi, vantaggi, rischi, e sarebbe strano non farlo, ma pur arrivando a un punto in cui le informazioni disponibili sono sufficienti, continuiamo comunque a non sentirci pronti. Di fronte a questa esposizione il pensiero può reagire tentando di trasformare la scelta in un problema che, con sufficiente impegno, dovrebbe ammettere una soluzione certa. «E se poi…?». L’operazione ha una sua logica perché pensare ancora concede l’impressione di poter ridurre il margine di errore, e soprattutto rimanda il momento in cui sarà necessario esporsi a ciò che nessuna analisi preliminare può eliminare completamente.

Davanti alle decisioni allora è facile che si sia tentati dall’idea che pensare abbastanza a lungo ci protegga, e che si legittimi che il rapporto con la scelta assuma una qualità ossessiva. La tradizione psicoanalitica ha descritto bene quanto il ricorso al pensiero e al controllo possa servire, in determinate configurazioni, a prendere distanza da affetti più difficili da governare come il desiderio, la colpa oppure l’ambivalenza (McWilliams, 2011), cosicché la mente prende in carico ciò che l’esperienza emotiva rende meno ordinato e prova a risolverlo. Il risultato ha però qualcosa di paradossale che ognuno di noi, in una certa misura, ha potuto vivere sulla propria pelle.

Più pretendiamo di raggiungere la certezza aritmetica prima di scegliere, più ogni nuovo elemento produce una nuova diramazione da esaminare, e così ci ritroviamo a dover fronteggiare un’incertezza ora più crescente. Adam Phillips ha dedicato a tale dimensione un libro dal titolo quasi programmatico, Missing Out: In Praise of the Unlived Life. La nostra vita psichica, suggerisce, non è popolata soltanto dagli eventi che abbiamo realmente attraversato, ma anche dalle esperienze immaginate, desiderate e mancate. Secondo l’autore, è come se esistesse accanto alla biografia vissuta una sorta di biografia parallela fatta delle persone che avremmo potuto essere (Phillips, 2012). Una carriera abbandonata, un trasferimento rifiutato, una relazione lasciata andare possono continuare ad avere una presenza singolare proprio perché non sono mai arrivati a misurarsi fino in fondo con una realtà che viceversa ha conosciuto le giornate storte, i compromessi, la stanchezza o le conseguenze impreviste e che, in generale, è stata sottoposta all’usura dell’esperienza.

Questo diventa particolarmente rilevante nel mondo contemporaneo, nel quale la quantità di possibilità disponibili è diventata essa stessa parte del problema. Il paradosso della scelta, così lo definisce Berry Schwartz, ci racconta proprio che oltre una certa soglia, l’aumento delle alternative non produce necessariamente maggiore libertà soggettiva, ma può rendere più complessi il confronto, la soddisfazione e l’assunzione di una decisione (Schwartz, 2004): più strade riusciamo a immaginare, infatti, più aumenta anche il numero delle strade che dovremo lasciare indietro.

E tuttavia, dietro le possibilità che lasciamo indietro non si cela soltanto l’esperienza che non faremo, ma anche le persone che non diventeremo. Forse è anche per questo che decisioni apparentemente concrete seppur dense di emozioni, come accettare un lavoro, trasferirsi, restare o uscire da una relazione, possono acquisire una densità che eccede di molto i loro aspetti pratici. Una parte della domanda su «che cosa faccio?» contiene quasi sempre, più silenziosamente, anche un «chi sto diventando?». Pensare all’identità come a qualcosa che costruiamo narrativamente aiuta a comprendere questa inquietudine. Per riconoscerci nel tempo abbiamo bisogno di collegare esperienze, desideri, incontri e discontinuità dentro una storia che conservi una qualche intelligibilità, anche quando cambia profondamente (McAdams, 2001).

Alcune decisioni proseguono senza troppi attriti la trama che già conosciamo, mentre altre ci obbligano a riscriverne parti intere. Per esempio, lasciare una professione alla quale abbiamo dedicato anni, per esempio, significa perdere molto più di un impiego se intorno a quel ruolo abbiamo organizzato riconoscimento, appartenenza e immagine di noi stessi. Allo stesso modo, scegliere una relazione o lasciarla può mettere in discussione progetti, aspettative familiari, idee sulla stabilità e perfino il modo in cui ci eravamo immaginati adulti. Le strade escluse continuano per questo a esercitare una certa attrazione e ognuna custodisce un possibile seguito della nostra storia.

Fin qui, tuttavia, siamo dentro una difficoltà profondamente umana. Esitare davanti a una scelta importante, tornarci sopra, sentirne il peso o fantasticare sulle alternative perdute non costituisce di per sé un problema psicologico. Il nodo clinico compare quando la necessità di evitare l’errore comincia a organizzare stabilmente il rapporto con le decisioni, con il tentativo di proteggersi dall’incertezza che può diventare esso stesso una fonte di sofferenza.

Il lavoro psicologico allora può aiutare le persone a esplorare con salvaguardia le alternative e contemporaneamente sostenere il paziente in un percorso di scelta consapevole e psicologicamente integrato. Il clinico non è ovviamente chiamato a sostituire il paziente nella decisione né tantomeno a individuare dall’esterno l’opzione “giusta”, ma può aiutarlo a comprendere che cosa si muove dentro quella difficoltà e in generale quale funzione sta svolgendo quel pensiero.

Come osserva McWilliams, alcune modalità difensive – tra cui l’arenarsi nei percorsi di scelta - possono servire proprio a rendere più gestibili affetti che, se vissuti direttamente, appaiono più difficili da tollerare (McWilliams, 2011). In questo senso, continuare a pensare può talvolta proteggere dal sentire fino in fondo che cosa significhi perdere, desiderare, separarsi, contraddire aspettative o assumersi la possibilità di sbagliare. Un percorso psicologico può quindi creare lo spazio per avvicinarsi a questi vissuti senza doverli immediatamente risolvere e può aiutare a distinguere ciò che appartiene davvero al presente da ciò che viene riattivato dalla propria storia, riconoscendo progressivamente quale parte di sé chiede di essere ascoltata dentro quella scelto, o detto in altri termini, permettendo di stare in contatto con ciò che si sente senza esserne travolti o costretti a neutralizzarlo attraverso il controllo (Gendlin, 1996).

A volte, parte proprio da qui una decisione che risulta essere chiara a livello identitario e psicologico, e altrettante volte la persona scopre di poter scegliere senza aver eliminato ogni dubbio, di poter desiderare qualcosa senza smettere di vedere il valore di ciò che lascia, di poter assumersi una direzione senza trasformare il rimpianto possibile nella prova che quella direzione sia sbagliata. Un aiuto concreto, può permettere a una scelta di diventare abbastanza nostra da poter essere vissuta.


Riferimenti essenziali

Gendlin, E. T. (1996). Focusing-oriented psychotherapy: A manual of the experiential method. Guilford Press.

McAdams, D. P. (2001). The psychology of life stories. Review of General Psychology, 5(2), 100–122. https://doi.org/10.1037/1089-2680.5.2.100

McWilliams, N. (2011). Psychoanalytic diagnosis: Understanding personality structure in the clinical process (2nd ed.). Guilford Press.

Phillips, A. (2012). Missing out: In praise of the unlived life. Hamish Hamilton.

Schwartz, B. (2004). The paradox of choice: Why more is less. Ecco.