Quando trattarsi con durezza diventa la regola

Perché siamo spesso più severi con noi stessi che con gli altri? Un approfondimento sull’autocritica e sulle sue funzioni psicologiche

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«Se sbaglia un amico, riesco quasi sempre a trovare parole comprensive. Quando sbaglio io, il tono cambia immediatamente. Diventa più duro, più definitivo, come se un errore dicesse qualcosa sul mio valore.»

È curioso quanto questa severità possa convivere con una buona capacità di comprendere gli altri. Possiamo riconoscere senza difficoltà che una persona era stanca, preoccupata, inesperta o semplicemente umana, e trovare irritante rivolgere la stessa comprensione verso di noi. La sentiamo come un’indulgenza, quasi un tentativo di assolverci, laddove la durezza, invece, conserva un’aria di serietà, come se fosse il prezzo da pagare per non diventare superficiali, per correggerci, per evitare di commettere ancora quello che percepiamo come errore.

Avere standard elevati, infatti, non coincide necessariamente con il modo in cui ci trattiamo quando non riusciamo a rispettarli. Si può essere esigenti nel proprio lavoro, prendere sul serio una responsabilità, dispiacersi per una scelta sbagliata e cercare di capire come comportarsi diversamente. L’autocritica, però, diventa qualcosa di diverso quando la valutazione scivola dal comportamento alla persona. «Ho fatto una cosa poco attenta» può trasformarsi rapidamente in «sono distratto», poi in «sono sempre il solito», e così il singolo episodio viene inserito dentro una storia molto più ampia, nella quale ciò che è accaduto sembra confermare qualcosa che sospettavamo già di noi.

Da questo punto di vista, sembrerebbe che parte della forza dell’autocritica dipende dall’utilità che le attribuiamo. In uno studio ormai classico, Paul Gilbert e colleghi avevano chiesto a 246 giovani donne di descrivere anche le ragioni per cui tendevano a criticarsi. Le risposte facevano emergere due funzioni piuttosto diverse. Una riguardava il tentativo di correggersi e migliorare, mentre l’altra assumeva un carattere più ostile, rivolto a punire o danneggiare il Sé dopo un fallimento (Gilbert et al., 2004).

Diventa allora comprensibile perché l’idea di trattarsi con maggiore benevolenza possa suscitare perfino una certa diffidenza. Chi attribuisce alla propria durezza una parte dei risultati raggiunti ha buone ragioni, dal suo punto di vista, per temere di perderla. La possibilità di abbassare la guardia può essere avvertita invece come il preludio a un peggioramento. Del resto, se per anni abbiamo studiato ricontrollando ogni dettaglio o lavorato anticipando le possibili obiezioni, risulta difficile stabilire quanto dei nostri risultati dipenda da queste abitudini e quanto sia stato ottenuto malgrado il loro costo.

Ma l’esperienza di autocritica non è confinata soltanto a un monitoraggio personale della performance. Talvolta si accompagna alla preoccupazione di esporsi al giudizio altrui. Lo sforzo continuo di evitare di apparire “inferiori” può associarsi infatti alla paura di essere trascurati o rifiutati e a una maggiore vulnerabilità alla sofferenza psicologica (Gilbert et al., 2009), e di conseguenza controllarsi con durezza anticipa il rischio di arrivare impreparati al giudizio sociale (per una disamina completa, si rimanda a tutto quel filone di letteratura riguardante le teorie dell’attaccamento).

Sidney Blatt ha dedicato una parte importante del suo lavoro alle personalità organizzate attorno all’autodefinizione e alla valutazione di sé. Nella configurazione che definisce introiettiva, il fallimento pesa soprattutto quando mette in discussione l’immagine che la persona ha costruito di sé. In quest’ottica, gli standard tendono a essere elevati e la distanza fra ciò che si è e ciò che si ritiene di dover essere viene sottoposta a un esame continuo (Blatt, 2004).

Anche Nancy McWilliams (2011) descrive qualcosa di vicino quando osserva, nelle personalità depressive di tipo introiettivo, una particolare facilità nel rivolgere contro di sé il giudizio e l’aggressività, con un senso del proprio valore fortemente esposto alla colpa e alla sensazione di aver mancato uno standard.

Pensare, però, all’interiorizzazione come alla semplice registrazione della voce di un genitore critico sarebbe troppo meccanico. Una persona può essere cresciuta anche in una famiglia affettuosa e aver colto, nel corso degli anni, che certi risultati producevano sollievo negli adulti, che mostrarsi autonomi evitava preoccupazioni o che commettere errori aveva un costo emotivo difficile da sostenere.

La letteratura psicoanalitica più recente sull’“inner critic” ha ripreso proprio questo carattere relazionale. Lowinger e colleghi sottolineano come la voce critica possa essere compresa all’interno delle relazioni interiorizzate, mantenendo però cautela verso spiegazioni che riconducono automaticamente ogni autocritica a una figura parentale punitiva (Lowinger et al., 2022). Per chi lavora clinicamente, questa cautela conta, poiché cercare il colpevole originario può chiudere troppo presto l’esplorazione, mentre spesso risulta più utile osservare quale rapporto con sé e con gli altri quella voce continua a organizzare oggi.

Il costo di questa organizzazione interna si vede soprattutto in ciò che lascia fuori. Se ogni errore viene subito trasformato in prova a carico, resta poco spazio per esplorare, improvvisare, esporsi senza sapere già come andrà, e così anche il riconoscimento ricevuto dagli altri può avere una vita molto breve laddove invece il giudizio negativo trova subito posto perché entra in una struttura già pronta ad accoglierlo.

Questo è uno dei motivi per cui l’autocritica può convivere con risultati elevati senza produrre una sensazione altrettanto stabile di valore personale. Non a caso, sempre Blatt osservava come, nelle organizzazioni introiettive, il raggiungimento di uno standard possa offrire un sollievo transitorio, mentre l’attenzione tende rapidamente a spostarsi verso ciò che resta imperfetto o incompleto (Blatt, 2004).

Se il raggiungimento di uno standard offre soltanto un sollievo temporaneo, mentre l’attenzione torna rapidamente su ciò che manca, il lavoro clinico può partire proprio da questo circuito. Si tratta di osservare quando la voce critica si attiva, quali errori considera intollerabili e che cosa sembra promettere in cambio della sua severità (maggiore controllo? Minore esposizione al giudizio? La possibilità di sentirsi all’altezza?).

In terapia interessa anche ricostruire come queste regole interne abbiano preso forma e perché continuino a esercitare tanta autorità nel presente. Il punto non è trovare un’origine unica, né individuare un colpevole, ma capire quanto quei criteri siano ancora attuali e quanto possano essere messi in discussione senza che la persona senta di perdere identità, valore o affidabilità.

Una parte importante del lavoro consiste dunque nel separare la capacità di valutarsi dalla necessità di svalutarsi, tenendo insieme le radici profonde di questo modo di stare con sé e il bisogno di fare esperienze relazionali sufficientemente sicure. Riconoscere un errore, assumersi una responsabilità o accettare un limite può restare quindi un’esperienza seria anche senza trasformarsi in un giudizio complessivo su di sé, e la stabilità che può maturare all’interno di relazioni affidabili, ripetute e non giudicanti diventare una sorta di piattaforma da cui osservare la propria esperienza con maggiore equilibrio e costruire un giudizio complessivo più benevolo e realistico su di sé.


Riferimenti bibliografici

Gilbert, P., Clarke, M., Hempel, S., Miles, J. N. V., & Irons, C. (2004). Criticizing and reassuring oneself: An exploration of forms, styles and reasons in female students. British Journal of Clinical Psychology, 43(1), 31–50. https://doi.org/10.1348/014466504772812959

Gilbert, P., McEwan, K., Bellew, R., Mills, A., & Gale, C. (2009). The dark side of competition: How competitive behaviour and striving to avoid inferiority are linked to depression, anxiety, stress and self-harm. Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 82(2), 123–136. https://doi.org/10.1348/147608308X379806  

Blatt, S. J. (2004). Experiences of depression: Theoretical, clinical, and research perspectives. American Psychological Association. https://doi.org/10.1037/10749-000  

McWilliams, N. (2011). Psychoanalytic diagnosis: Understanding personality structure in the clinical process (2nd ed.). Guilford Press.

Lowinger, R. J., Cher, D., Matusow, N., & Young, K. A. (2022). The treatment of adult patients with an inner critic: Self-psychological, integrative relational, and modern psychoanalytic approaches. Psychoanalytic Social Work, 30(2), 110–131. https://doi.org/10.1080/15228878.2022.2108682